È difficile che in Italia si parli apertamente di Smart Working, ovvero dell’incontro tra nuove tecnologie e lavoro che porta a nuove forme di organizzazione dello stesso improntate alla flessibilità di orario e di sede.

Nonostante gli studi dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano e i numeri riportati da grandi aziende internazionali ne confermino l’efficacia (e l’efficienza) pratica, l’adozione di questa nuova modalità di lavoro di rado compare nei tavoli di discussione di manager e imprenditori italiani. Come riportato da uno studio dell’Osservatorio, ad oggi solo l’8% delle aziende ha avviato un vero e proprio piano di Smart Working, ma si prevede che nei prossimi due anni le imprese che ne faranno uso saliranno al 19%.

Nell’ultimo periodo, tuttavia, si sta diffondendo il concetto base relativo a questo innovativo approccio alla gestione del tempo, dello spazio e degli strumenti dedicati al lavoro: NON si tratta di un modello assimilabile al telelavoro, strumento scarsamente utilizzato nelle imprese italiane.

Rimane evidente la necessità di un forte lavoro, sia dal punto di vista culturale che da quello tecnico, affinché questa soluzione possa essere introdotta in maniera più consistente. I vantaggi che ne deriverebbero? Riduzione degli investimenti in formazione grazie al decremento della rotazione del personale (più soddisfazione, meno allontanamenti dall’azienda), aumento della produttività (tra il 35 e il 40%), calo dell’assenteismo (-63%), riduzione dei costi fissi.

Sicuramente sarà più facile vedere applicati i principi dello Smart Working in una Startup piuttosto che in un’azienda con un modello organizzativo consolidato nel tempo, ma ogni manager dovrebbe tenerne presente i vantaggi e valutare se e in che misura il modello sia adottabile dalla sua azienda.

Fonti:
Canon.it
Lavoro.Gov.it